10 aprile 2003




Ho un chiodo, dentro. E credevo di vaerlo buttato via. Di averlo accantonato. Di averlo messo in un angolo e cancellato.
E invece no.
Tu puoi chiudere con il passato, ma è il passato che non chiude con te.
Già. E così oggi è squillato quel fottuto telefono. Lo sapevo che non dovevo rispondere. Lo sapevo.
Grandissimo figlio di puttana.
Grandissimo figlio di puttana che non leggerai mai queste righe.
Hai già preso abbastanza. Hai già chiuso il cerchio. Hai già preso un pezzo di me. Hai già provato a rovinarmi la vita e ci sei quasi riuscito. Hai infilato un dubbio, un tarlo, un cazzo di fottutissimo baco che scavava, scavava, cercava uno spazio e cazzo ormai lo trovava. Hai già avuto il tuo momento di gloria e ora devi pagare. Tutto. Fino alla fine, senza nessuna speranza. Che per quelli come te la speranza non la voglio.
Per quelli come te la speranza è solo una fottuta parola da usare davanti alla gente. Da predicare davanti alla gente. E io ne ho le palle piene.
Per quelli come te la speranza deve essere solo quella di poter vedere il giorno dopo, l'ora dopo, il secondo dopo. E basta.
Per quelli come te, se Esistesse Davvero, ci sarebbe solo una conseguenza. Quella che hanno pagato e pagano senza colpa persone che non hanno fatto nulla.
Io a te l'ho augurato. Te lo dico di cuore che ti ho augurato di morire. E di morire stando male.
Molto male.
Io non so cos'è il perdono per te.
Io non ti perdonerò mai.
Per quello che hai fatto allora e per quello che hai fatto oggi.
Farmi piangere sotto la pioggia, chè Bologna ormai sta in Thailandia. Farmi piangere da solo, col gatto che mi guardava.
E farmi restare sulla difensiva in una telefonata che ho sperato di sentire e che è arrivata subito dopo la tua.
Forse a dimostrarmi che al mondo ci sono anche cose belle.
Che nel mio mondo ce n'è una, tutti i giorni e che posso sentirla nella voce. Anche quando è triste.

Vattene.

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